Cantate! [80]

uvaA parte l’uva di Sant’Anna, che si vendemmiava a fine luglio o ai primi di agosto (Santa Anna ricorre il 26 luglio), niente si faceva prima della festa di San Bartolomeo, che ricorre il 25 agosto. Ora, invece, sembra che la stagione della vendemmia sia anticipata di un mese almeno.

Dopo San Bartolomeo, i contadini cominciavano col preparare le botti, i tini e le tine. In dialetto rispettivamente łe bót, i brént e łe brénte.

El brént o tino (vedi figura, dove sono disegnati uguali ma il tino è molto più grande) è più adatto per grandi dimensioni, in quanto la base è più stabile, soprattutto nel trasporto con un carro, tuttavia è più pericoloso per i gas da fermentazione, che si annidano più facilmente nel tino in quanto l’imboccatura è stretta. Un tino può essere alto anche due metri e mezzo. Nel tino, se qualcuno si trova in mancanza di ossigeno all’interno, può anche non essere visto o sentito e lasciarci le penne. Viceversa per ła brénta o tina, la quale può essere alta un metro e mezzo al massimo.

tini
Il tino è molto più grande della tina: 2.5 metri di altezza contro 1 metro e 40.

In realtà, in primavera, periodicamente, circa ogni due anni, tali recipienti, se non contenenti vino, venivano sfasciati asportando una doga, magari senza romperla. Subito dopo la sfasciatura, si controllavano le doghe una per una per vedere se erano ancora buone. Se non erano buone si doveva andare dal bottaio con la doga inutilizzabile, in modo che il bottaio costruisse una doga identica. Il recipiente veniva poi ricostruito e riempito per un mese o due di acqua, in modo che le doghe si gonfiassero, consolidando il recipiente. Poi il recipiente veniva fatto asciugare lentamente. Questo lavoro veniva fatto nei tempi morti, sempre prima di San Bartolomeo. Dopo San Bartolomeo i recipienti venivano controllati e le fessure venivano chiuse manualmente, usando lo sterco di vacca.

Di solito si usavano dei carri molto leggeri e maneggevoli, col piano molto ampio e sporgente, i cosiddetti carri per vendemmiare. Su questi carri salivano in piedi i vendemmiatori con le ceste di vimini per mettere i grappoli. Il carro per la vendemmia poteva essere più o meno alto da terra, a seconda del tipo di vigna, in modo che possibilmente i vendemmiatori potessero stare sufficientemente comodi. Tale carro aveva due stanghe e una mucca alla trazione, che rimaneva soggiogata perché lo spostamento era quasi continuo.

CantateSe la mucca non ce la faceva perché le persone erano troppe, i vendemmiatori più in forma dovevano scendere dal carro sino a quando la mucca, spostandosi di qualche metro, non avesse raggiunto la nuova posizione adatta. Il carro copriva l’ampiezza di tre o quattro piante e talvolta anche cinque. I carri da vendemmia potevano ovviamente essere più di uno, dipendeva dalle mucche disponibili e dall’ampiezza del vigneto. Un altro carro agricolo pesante, trainato da buoi, cavalli o dai primi trattori, portava un tino o due oppure una tina o due. C’era quasi sempre chi preferiva le tine, più adatte, successivamente nell’aia, a ricevere la prima follatura. Nell’aia poi, coi forconi, si passava l’uva già calpestata dalle tine ai tini, recuperando con dei mastelli il primo mosto sul fondo delle tine e versandolo nei tini. Tutte queste operazioni sono scomodissime da fare nei tini, anche perché i follatori si tengono con le mani sul bordo della tina, bordo più largo del fondo.

cesto
Cesto di vimini per uva, alto 65 cm.

Il vendemmiatore riempiva il suo cesto di vimini alto 65 centimetri che poteva contenere venti o trenta chili d’uva. Il cesto veniva portato o dal vendemmiatore o da qualcuno appositamente incaricato sino al carro con la tina e ivi svuotato. Si usava anche un particolare attrezzo (vedi figura) che serviva per portare due cesti d’uva alla volta.

I vendemmiatori (łe òpere) venivano assunti a giornata e si pattuiva se il pranzo era compreso o meno. Ne abbiamo già parlato a proposito dei bachi da seta e dei lavoranti a giornata: rimandiamo a tale articolo per i dettagli.

Zerla
Spallaccio in legno ricurvo per portare due cesti d’uva o due secchi di mosto.

Una questione speciale erano le forbici per tagliare il grappolo d’uva: mentre per l’uva rossa le forbici non servono perché il grappolo si stacca con la massima facilità, per l’uva bianca le forbici sono indispensabili.

britola
Ronchetta.

La ronchetta (brìtola, con la lama ricurva a serramanico) non è adatta perché tende a recidere violentemente il grappolo bianco e far cadere sul carro parecchi chicchi d’uva. L’ideale sarebbe stata la forbice da potatura (fórfe da vìde) ma aveva due problemi che erano il costo notevolissimo e l’estrema pericolosità: se cadeva dalle mani, essendo le due lame molto più pesanti dei manici, finivano inevitabilmente per trapassare il piede del malcapitato: se uno era destrimane, cadevano sul destro e se uno era mancino cadevano sul sinistro. Tuttavia la fórfe da vìde era fatta per i destrimani ed erano comunque difficili da usare per i mancini.

forbicivite
Forbici per vigneto. Fórfe da vìde.

Le òpere volevano l’attrezzo dal datore di lavoro ma nessuno, mai, forniva l’occorrente, sia per i costi e sia per la responsabilità. Le opere dovevano portarsi un paio di forbici da casa, volenti o nolenti: provate a vendemmiare l’uva bianca senza forbici e poi mi saprete dire.

L’uva bianca è buona da mangiare e non dà effetti lassativi come possono fare certe uve rosse, ragion per cui, soprattutto con l’uva bianca, le linguacce dicevano che i padroni i tàca suìto a cantàr [cominciano subito a cantare]. A cantare per primi, per dare l’esempio…

I padroni invitavano a cantare: se si canta, non ci si può riempire la bocca di uva…

Sta di fatto che i più bei ricordi sono legati ai canti delle vendemmie. Canti quasi tutti in tonica maggiore, settima maggiore e quinta maggiore, cioè i canti tradizionali popolari. Raramente tonica minore, settima diminuita e quinta maggiore, come molte barcarole nostalgiche.

Alcuni canti esemplificativi, senza ulteriori distinzioni armoniche, erano:

  • La strada del bosco
    l’è lunga, l’è larga, l’è stretta.
    L’è fatta a barchetta,
    l’è fatta per fare l’amor…
  • Quando saremo fòra, fòra dalla Valsugana…
  • Amor, dammi quel fazzolettino.
  • Sul cappello, sul cappello che noi portiamo,
    c’è una lunga, c’è una lunga penna nera,
    che a noi serve, che a noi serve da bandiera…
  • Dove sei stato mio bell’alpino…
  • Venti giorni sull’Ortigara,
    senza il cambio per dismontà,
    ta pum ta pum ta pum…
    ta pum ta pum ta pum…
  • Là nella valle, c’è un’osteria,
    è l’allegria, è l’allegria,
    là nella valle, c’è un’osteria,
    è l’allegria di noi alpin!
  • Dio del ciel, se fossi una colomba,
    vorrei volar laggiù, dov’è il mio amor che,
    inginocchiata, a San Giusto prega con l’animo mesto…

Qualcuno intonava il primo verso (a parte il padrone…) e gli altri seguivano cantando, quasi tutti. Se c’era qualcuno in grado di fare il controcanto, il divertimento era assicurato. Di solito chi faceva il controcanto assumeva il ruolo di capo cantore e redarguiva qualche cornacchia se veramente stonata: “Tàsi ti, che l’è mèio…” [Stai zitto tu, ch’è la cosa migliore…]. Il cacio sui maccheroni era qualcuno, non pagato, che suonasse la fisarmonica a bocca: non essendo pagato, poteva sedersi sotto una vite o o sotto un gelso e suonare. I gelsi erano sempre presenti nei vigneti, per ancorare le viti e per fornire la foglia per i bachi, inoltre erano più frondosi della vite ed avevano quindi un’ombra più fresca. Purtroppo, data la stagione della vendemmia non avevano più le more: ce n’era qualcuna per purissimo caso e comunque rinsecchita.

In base a quello che ho visto io, la storia che il padrone facesse cantare era una malignità bella e buona. Piuttosto, quando il vigneto era distante da casa, sul carro più grande c’era una damigiana piena d’acqua con una gomma per bere ed alcuni bicchieri su un cestino da pane, in vimini.

Durante la vendemmia non ho quasi mai sentito chiacchierare, se non per i convenevoli abituali: tanto meno ho sentito chiacchiere da filò o pettegolezzi.

La caratteristica della chiacchiera da filò è che il narratore assume delle funzioni oracolari: nella vendemmia, questo non avviene. Non c’è l’immobilità contemplativa della stalla, tutti si muovono per vendemmiare.

La vendemmia migliore? Quella dell’uva rossa, senza forbici.

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