Il manicomio 3 [140]

orologio
Orologio da tasca.

Terminata l’avventura del municipio, i nostri eroi rientrarono all’ospedale psichiatrico. Strada facendo, commentavano il fatto che nel cortile non c’era più niente e, dato che uno dei pazienti, Sileno Baseotto, era un esperto ortolano, si decise di procedere alla costituzione di un meraviglioso orto nel cortile dell’ospedale.

Sileno dava le direttive e tutti collaboravano per dissodare il terreno. Una volta dissodato e zappato a dovere, Sileno diede le direttive sul cosa e come seminare. Questo dava un triplo vantaggio:

  1. Verdure, primizie ed ortaggi, freschissimi e salutari.
  2. Fiori sempre freschi che abbellivano sia l’orto come pure l’interno dell’ospedale.
  3. Un notevole risparmio perché al mercato orto-floro-frutticolo non c’era bisogno di comperare quasi niente.

Tutti dicevano ‘ che bello, che bello ’ ma… purtroppo, nella vita, ci sono spesso dei ma… e questa volta il ma aveva un nome ben preciso: talpa! per un ortolano, è il nome più terrificante che ci sia e Sileno era disperato.

La talpa, con i suoi unghioni, è un escavatore vivente: lunga circa 15 centimetri esclusa la coda, pesa un etto circa e ha una bella pelliccia morbida  nera – marroncina o anche grigia; è senza padiglioni auricolari ed ha il naso rosa. Ci vede pochissimo ma annusa benissimo e ha l’udito molto sviluppato. Si nutre di lombrichi, lumache, larve di insetti e, per fare questo, scava un numero incredibile di gallerie nell’orto, distruggendo tutto quello che era stato seminato. Inoltre, anche esteticamente, dove c’è una talpa sembra che sia passato l’inferno. Difficile liberarsene, anche perché vive sottoterra e non si fa vedere quasi mai: Sileno aveva il suo rimedio, che consisteva in una miscela di olio di aglio, menta e legno di sandalo. Ogni tre ore, bisognava immergere dei batuffoli di cotone in questo intruglio e mettere i batuffoli di cotone all’ingresso delle gallerie perché la talpa non sopporta questi odori forti e quindi, secondo Sileno, la talpa se ne sarebbe dovuta andare altrove.

Sileno aveva un meraviglioso orologio da tasca che teneva nel panciotto ed ogni tre ore controllava l’orologio e metteva batuffoli di cotone freschi imbevuti. Questo per alcuni giorni ma alla mattina Sileno trovava nuove gallerie nell’orto… tutti si stavano appassionando al problema e chiedevano a Sileno quanto mancasse al cambio del batuffolo di cotone. Lo facevano anche per dare soddisfazione a Sileno, che quando estraeva l’orologio dalla tasca del panciotto si dava una importanza grandissima: manca un’ora e mezza, ne manca una… e così via.

Ma il diavolo fa le pentole e non il coperchio… Sileno, una volta, guardando l’orologio e rimettendolo in tasca, lo aveva fatto cadere per terra ed il vetro si era rotto completamente: l’orologio, tuttavia, funzionava ancora…

Al pomeriggio, in un attimo di tregua, anche il primario volle notizie di prima mano. Si recò nell’ex cortile, ora un orto talpeggiato e disse: “Caro Sileno, quanto manca al prossimo batuffolo di cotone?”

Ricordiamoci che ufficialmente Sileno era un paziente…

Sileno fa per tirar fuori l’orologio dalla tasca: “Càro primàrio, dèss mànca… dèss gh’el dìse… dèss tìre fòra el reòjo… un momènto… parché ièri el me ha cascà, ho spacà el vièro… e dèss… ho łe lancéte che se pìca te ła stòfa…” [Caro primario, adesso manca… adesso glielo dico… adesso tiro fuori l’orologio…un momento… perché ieri mi è caduto, ho rotto il vetro… e adesso… ho le lancette che si attaccano alla stoffa…]

Niente da fare: i batuffoli di Sileno non funzionavano. Un altro paziente mise allora in posizione una gabbietta con dentro un vermiciattolo, di cui le talpe sono ghiotte. Un sistema ad imbuto faceva in modo che la talpa, una volta entrata, non potesse più uscire.

Alla faccia di Sileno, il sistema gabbia – vermiciattolo funzionò sin dalla prima notte: alla mattina, la talpa era già nella trappola. Tutti entusiasti della cattura, Sileno un po’ meno.

Ièra óra, ła vén ciapàda, dèss ła brusén vìva, cussì la impàra…” [Era ora, l’abbiamo presa, adesso la bruciamo viva, così impara…]

“No, no… ła tajén a fetìne…” [No, no… la tagliamo a fettine…]

“No, no… ła metén a rostìr te’l fórno…” [No, no… la mettiamo ad arrostire nel forno…]

Gino, il capo degli infermieri, dice: “Ho pensà ła pì brùta de tùte łe ròbe, un fià catìva ma la ghe starìe bén…” [Ho pensato la più brutta di tutte le cose, un po’ cattiva ma le starebbe bene…]

Voci varie: “Dìxi, Gino, dìxi la ròba pì brùta… che cussì ghe ła fèn pagàr càra…” [Dì, Gino, dì la cosa più brutta… che così gliela facciamo pagare cara…]

Gino: “Fén cussì: ła sepuìn vìva…” [Facciamo così: la seppelliamo viva…]

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