Il confronto vincente [185]

elemosina
Un’anziana donna chiede l’elemosina.

Lo scopo di questo articolo è scoprire quali siano i meccanismi migliori per chiedere l’elemosina. Ho avuto modo di vedere e riflettere a lungo, sia in terraferma che a Venezia, per rendermi conto che la legge dell’elemosina, principalmente, è la seguente:

[1] Bisogna che il postulante si faccia guardare e che faccia capire di essere manifestamente di un rango inferiore rispetto al suo benefattore del momento e di essere inoltre senza velleità alcuna.

Colui che elargisce l’elemosina deve sentirsi molto superiore al beneficiato. Più grande sarà la differenza e più probabilità ci saranno che l’elemosina sia sostanziosa. Con l’elemosina, si cerca in un certo modo di minimizzare questa differenza. Probabilmente, questa non è solo la principale legge dell’elargizione benefica: forse è l’unica legge.

Sul tema, ci sono enormi variazioni. Può anche succedere, per certi benefattori, che il fatto di dare l’elemosina dia loro una sensazione di superiorità. Per altri, può succedere che fare l’elemosina possa attenuare il proprio senso di colpevolezza e così via. In questo articolo, vorrei esaminare l’elemosina dal punto di vista di chi la chiede.

Se il questuante non ha problemi psicologici ed applica la [1], di solito ha molto successo, anche troppo, infatti non si contano gli editti del Medio Evo per allontanare i questuanti dai centri abitati, arrivando in certi casi a delle severe punizioni per i più molesti.

Se invece il questuante ha problemi psicologici, non avrà successo.

Problemi o no, se non viene rispettata la legge [1] credo che il questuante non riceverà molte elemosine.

Diamo alcuni esempi di cartelli ipotetici esposti dai mendicanti, per sottolineare la validità della nostra legge.

Mendicante: “Me so’ sémpre fidà de tùti.” [Mi sono sempre fidato di tutti.]

Passante: “Hai sempre creduto di far bene e sei un presuntuoso che chiede un rimedio ai suoi errori. In realtà, la tua è una sfida e probabilmente, con arroganza, lo faresti di nuovo. Non ti faccio l’elemosina. Avresti fatto meglio a non fidarti di alcuno.”

Mendicante: “No me son mài fidà de nessùn” [Non mi sono mai fidato di alcuno.]

Passante: “E hai seminato vento per raccogliere tempesta in perfetta solitudine. Tu, per primo, se è vero quel che scrivi nel cartello, non avresti mai fatto l’elemosina a chicchessia e quindi non meriti di riceverla.”

Ho esposto i due punti precedenti, antitetici, per mostrare che nessuno dei due va bene, per il semplice motivo che non colgono l’essenza della [1].

Mendicante: “Go sempre vùo disgràssie e bàsta.” [Ho sempre avuto disgrazie e basta]

Passante: “Non mi sembra verosimile, anche se oggi sei anchilosato. Trovo un certo trionfalismo vittimistico in questo cartello. Non ti do niente.”

Mendicante: “Só un pòro càn, déme ‘na màn.” [Sono un poveraccio, datemi una mano.]

Passante: “Il cartello fa anche rima: se tu avessi fame, non faresti le rime; tu mi sembri un furbacchione che si compiace di sé stesso. Meglio non darti niente.”

Mendicante: “Vardéme: naso, boca, man. No so più cóme far. Me basta calcòssa. Gràssie in ògni càso.” [Guardatemi: naso, bocca, mani. Non so più come fare. Mi basta qualcosa. Grazie in ogni caso.]

Passante: “Adesso lo guardo: ha il naso rosso come un peperone, c’è un freddo boia… la bocca è tutta sdentata, povero cristo… le mani sono deformate dall’artrosi, sembrano gli artigli di una poiana, non riesce nemmeno a coprirsi e a tirar su i suoi stracci. Non sa più come fare: qualunque sia la sua colpa, oggi è un povero diavolo che si accontenta di qualcosa e ringrazia comunque. Sul cartello, non ha scritto di guardare gli occhi, che sono messi peggio del resto: sono opachi e muove la testa come se fosse cieco. Diamogli qualcosa.”

Il mendicante si è fatto guardare e tra lui e il benefattore ci sono anni luce di distanza. Il benefattore si è immedesimato. Il mendicante non è minimamente aggressivo né espone nel cartello cenni sul suo passato. Ha abbandonato ogni velleità, non sa più come fare e comunque ringrazia. Lui, oggi, è così: il perché non importa.

Una volta che il mendicante sia riuscito a farsi guardare nei suoi difetti fisici, questi vengono confrontati dal benefattore con la propria (supposta) perfezione e siccome il confronto risulta sicuramente vincente e il mendicante non è aggressivo, scaturisce il desiderio di fare l’elemosina per qualche ragione, come:

  • Chiudere almeno in parte la differenza di livello.
  • Scaricare una parte dei propri sensi di colpa facendo un po’ di bene ad una persona remissiva.
  • Farsi vedere da qualche passante, per dire che lui (il benefattore) ha scelto il mendicante giusto.
  • Sentirsi un privilegiato fortunato e contribuire all’acquisto della propria fortuna, regalando qualcosa al poveraccio.
  • Sentire che ha di fronte uno sfortunato e che l’euro di beneficenza per il mendicante vale molto di più che non per il benefattore. Quest’ultimo riceve a sua volta una soddisfazione che vale ben più di un euro.
  • Le vie del Signore sono infinite. (Cristiano vero)
  • Non si sa mai: magari c’è l’Al Di Là… (Opportunista che tiene il piede in due staffe)

A titolo di memoria storica, racconto una poesiola che veniva detta dai bambini a carnevale, per chiedere qualche dolcetto o qualche monetina. Il bambino, travestito da piccolo mendicante e coi baffi disegnati col carbone, sporgeva la manina e cantilenava:

Carità a sto pòro porét

Che l’ha la màn de θìnque dét

Che l’ha la bóca sóte’l nàss:

Carità, se la ve piàss.

Al che, le mamme, le nonne o le zie facevano i complimenti e davano un dolcetto al piccolo questuante o magari una monetina.

Traduzione:

Carità a questo povero poveraccio

Che ha la mano di cinque dita

Che ha la bocca sotto il naso:

Carità, se vi piace (la cantilena).

La filastrocca coglie l’essenza della [1]: controllate…

Per chiudere, mentre i protestanti non chiedono mai qualcosa a Dio e semplicemente rendono grazie per quanto hanno ricevuto sinora nella loro vita, per i cattolici non è così: vanno in chiesa per chiedere l’elemosina a Messer Domineddio o ad altri intercessori. Da qui, la seguente storiella, che sicuramente conoscerete, ma che dovrebbero sapere anche i bambini:

Un armatore di Venezia ha bisogno immediatamente di un miliardo in prestito per certi suoi noli di imbarcazioni. Si reca davanti all’effige di Sant’Antonio a Padova e prega:

“Sant’Antonio, sai che ti sono fedele e ti ho sempre venerato… avrei bisogno di trovare un miliardo in prestito. Se me lo fai trovare, porterò dieci milioni che consegnerò al reverendo amministratore della tua Basilica.”

Si propone di ripeter venti volte la stessa frase, per aver più probabilità di cogliere l’attenzione del Santo, nel caso fosse distratto.

Arrivato alla terza rogatoria, ecco che s’inginocchia vicino a lui una persona non troppo elegante, un popolano, che s’inizia:

Sant’Antonio, mi són Giacométo, ti te ricordarà sicùro de mi… ti che ti me fa sémpre trovàr quéło che pèrdo, fa fìnta che gàbia pèrso miłe franchi e fàmei trovàr… i me ocóre par le medexìne de me fìo…” [Sant’Antonio, io sono Giacomino, ti ricorderai sicuramente di me… tu che mi fai sempre ritrovare ciò che perdo, fa finta che abbia perso mille lire e fammele ritrovare… mi servono per le medicine di mio figlio…”

L’armatore si ferma e ascolta, infastidito dalla preghiera di Giacomino ma questi non demorde e la ripete incessantemente. L’armatore si stanca, tira fuori mille lire e dice: “Giacométo, no sta straviàrme Sant’Antonio, ciàpa i miłe franchi e va via!” [Giacomino, non distrarmi Sant’Antonio, prendi le mille lire e vattene via!]

Giacomino prende le mille lire, si alza dall’inginocchiatoio, guarda l’armatore, guarda l’effige di Sant’Antonio, si fa il segno della croce, fa un sorriso e dice: “Sant’Antonio, gràssie… gràssie… miłe franchi… ti me i gà fàti trovàr de córsa…” [Sant’Antonio, grazie… grazie… mille lire… me le hai fatte trovare immediatamente…]

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