L’ho trovata [219]

contattoQuesta lezione l’ho imparata una volta e non la dimenticherò mai più: mai fasciarsi la testa prima di averla rotta. In situazioni in cui non si vede via d’uscita, le combinazioni della vita sono talmente tante che qualcosa può sempre succedere. Se non siete d’accordo, leggete qua.

Cortina. Mi sono fatto un nome come esperto di piste e come uno che non fa rischiare la comitiva. Non accompagno gente, per quattrini, per tre motivi:

  1. Non sono stato autorizzato come maestro di sci: ho fatto tutto quel che dovevo fare, carte, brevetti ma non essendo con padre e madre ampezzani non posso neanche lontanamente sperare nella designazione da parte della commissione. A un mio amico, con madre di Cortina e padre romano, non è stata ugualmente data l’autorizzazione e sì che era mezzo ampezzano.
  2. La gente, se paga, ha delle pretese che tolgono il divertimento: vedo alcuni miei amici maestri che vivono l’accompagnamento in gita come un lavoro da impiegato.
  3. Ho ricevuto i primi rudimenti da Silvio ed Albino Alverà, gente che non era dotata di spirito conciliante: quando dicevano una cosa, si doveva fare. Una volta conseguite le tre stelle d’oro, son passato ad apprendere l’agonismo da Osvaldo Alberti, persona che più indipendente di così non si può, un vero mastino, istruttore anche degli Scoiattoli di Cortina.

Siamo al ristorante Tivoli e vengo avvicinato da un conoscente il quale mi dice: “Vorrei presentarti delle persone che sciano molto bene, te lo garantisco, e vorrebbero fare un bel percorso. Puoi venire al loro tavolo?”

“Per principio, da qui non mi muovo, i rapporti vanno chiariti subito. Se vogliono venire loro al mio tavolo, che vengano pure.”

Dopo mezzo minuto piombano in sei al mio tavolo:

“Ci hanno raccontato di lei, lei conosce tutto di Cortina, saremmo onorati di fare una giornata con lei… bla bla bla… naturalmente per quello che è il suo disturbo…”

“Se fosse un disturbo non mi disturberei. Accompagno ogni tanto qualcuno ma non per denaro. Siete in grado di fare piste nere anche sulle piste e non di farle solo qui, in ristorante? Qui in ristorante è facile, poi, sulle piste, lo è molto meno.”

Interviene una signora che mi guarda come se avesse le lenti a contatto, dal basso in alto: “Almeno sarà nostro ospite qui al Tivoli, domani sera…”

“Signora, in ogni caso sarebbe meglio venire senza lenti a contatto.”

“Ma io non ho lenti a contatto… domani dove ci porterebbe?”

“Siete mattinieri? Se siete mattinieri…”

“Sì, siamo mattinieri… siamo in sei…”

“Siete uno di troppo, io ho una Toyota fuori strada a sei posti: uno per me e cinque per voi…”

“Uno di noi seguirà con un’altra macchina…”

“Vi premetto che domani sarà una brutta giornata: bisogna che la macchina al seguito vada dappertutto.”

“Ma per televisione hanno detto che farà bel tempo…”

“E a me un vecchio maestro ha detto il contrario. Se non ha quattro ruote motrici, meglio evitare. Comunque, ne parlerete tra di voi. Altra cosa, la più importante: siete ben allenati?”

Signora senza lenti a contatto ma che le ha e che non ha mandato giù l’affronto: “Si, siamo qua da un mese, dall’inizio di febbraio, forse siamo anche più allenati di lei…”

Il conoscente comune: “Ma lui è qui da San Nicola… 6 dicembre… si può essere qui da un mese e non essere allenati. Siete allenati bene?”

Tutti in coro: “Sì.”

“Allora ci vediamo domattina qui al Tivoli, alle sei e trenta. Andremo al Falzarego, da là andiamo ad Andraz e passiamo per Pieve di Livinallongo del Col di Lana. Proseguiamo per Arabba dove dovremmo trovare ai piedi della funivia almeno un parcheggio. Prendiamo la Funivia di Porta Vescovo, scendiamo verso le pendici del Pordoi, ci tiriamo su con le seggiovie sino al cocuzzolo del Belvedere e da là scendiamo e ci fermiamo all’Hotel Pordoi, dal mio amico Walter Finàzzer per la colazione, poi giù sino al Lupo Bianco. Su, sino alle pendici del Sella, sino al Sassolungo e da là tutta una tirata, giù sino in Val Gardena. Da là con la seggiovia sino al Passo Gardena, poi giù sciando sino a Colfosco in Alta Badia e da là sino a Corvara. A Corvara prendiamo la funivia del Boè e dal Piz Boè giù, fiancheggiando il Passo di Campolongo, sino ad Arabba dove ritroveremo le automobili. Dovremmo essere di ritorno alle macchine per le tre. Questa è la Sella Ronda in senso orario, la meno faticosa e la più divertente.”

Uno dei sei dice: “Andateci voi, io ho due ruote motrici soltanto e se viene brutto tempo…”

Commento degli altri: “Non abbiamo mai fatto questo percorso. Bello. Che non sia troppo stancante?”

“Se avete detto la verità, se sciate benino e se siete allenati da un mese, lo potete anche fare. Caso mai, ai primi accenni di stanchezza, vi accompagnerò dove ci sono dei taxi che saranno ben lieti di riportarvi qui al Tivoli. Se avrete lasciato qualcosa nella mia macchina ve la ridarò domani sera.”

Avevo cercato di scoraggiarli ma erano determinati, soprattutto la signora che non aveva le lenti a contatto ma le aveva.

Alla mattina alle sei e mezza sono in cinque di loro, pronti nel piazzale del Tivoli. In anticipo. Buongiorno, si fa per dire: come aveva detto il maestro di sci, vien giù nevischio ed è tutto coperto.

Saliamo in macchina e andiamo senz’altro fino ad Arabba. Lasciamo la macchina sul piazzale e su con la funivia sino a Porta Vescovo. Il tempo peggiora, c’è un clima abbastanza nebbioso, e dico: “Il Pordoi fa da divisione termica. Di là potrebbe essere meglio ma probabilmente, dato il vento, sarà peggio.”

Interviene il manovratore della funivia: “Ha ragione, io vengo da Canazei e di là del Belvedere è peggio parecchio.”

Ci fermiamo all’hotel Pordoi a fare colazione con un tempo orribile. Tiriamo via, giù verso il Lupo Bianco e da là su in seggiovia sino al posto più ventoso e gelido: le pendici del Sassolungo, che poi portano in Val Gardena.

Il tempo è molto brutto, con un vento sferzante, col nevischio che ti entra negli occhi e che ti fa lacrimare se hai le lenti a contatto. Ma nessuno le ha…  tranne la signora che, pur avendole, non le ha.

Nel falsopiano che scende verso la Val Gardena è facile che la neve ti entri negli occhi, che le lenti a contatto diano fastidio e che una persona, coi guanti, si tocchi la lente e la faccia cadere.

Se ti cade la lente in quell’inferno di bianco, dove non capisci bene nemmeno in che direzione stai andando, mezzo accecato… è la fine.

E si leva, dalla signora, un urlo da tigre ferita, disperato, fortissimo: “Aaaaahh! l’ho persa! ho perso la lente a contatto! non ci vedo più!”

Non bisogna mai augurare del male a nessuno ma questa se l’è proprio voluta. Comunque, avrebbe ancora l’altro occhio buono.

E adesso? Una lente si fa fatica a ritrovarla in casa, figuriamoci sulla pista da sci, con la tormenta… e poi, dove sarà caduta, esattamente? bisognerebbe cercarla dov’è caduta e non altrove ma l’inerzia degli sci in movimento può averti portato un metro, tre metri o cinque metri distante dalla lente… inutile: non si troverà più.

Dovrò portarli sino a Selva, chiamare dei taxi e spedirli a casa o almeno la signora, se gli altri vorranno proseguire: tutto sommato, sciano decentemente. La signora si vergognerà come una ladra… ma se l’è voluta…

Quando le speranze si stanno facendo beffa di te e la missione sembra definitivamente fallita, irrecuperabile, alto nella bufera si leva un grido di trionfo: “L’ho trovata! l’ho trovata! mi ha aiutato Sant’Antonio! l’ho trovata! mi ha aiutato Sant’Antonio!”

Ma com’è possibile? Possibile lo è, perché è successo.

Dice poi: “Come ho perso la lente, ho pregato Sant’Antonio di Padova il quale mi ha suggerito che per trovarla dovevo anche cercarla. Mi sono girata e ho ripercorso indietro la pista per due o tre metri, guardando con l’occhio buono, quello con la lente e… poi era là, sulla neve…”

Aggiunge, rivolta a me: “Nessuno ha mai saputo che avevo lenti a contatto. Lei come ha fatto?”

“Lei, signora, è stata più brava di me a ritrovarla. Comunque, si vergogni, magari un pochino solo, perché questa si chiama fortuna sfacciata: si potrebbe usare anche un termine più colorito…”

Mi ero fasciato la testa troppo presto. Amen.

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