Fiaba del merlo [143]

merlo
Un merlo nero e il merlo giallo della fiaba.

Introduzione: questa è una fiaba solo ed esclusivamente per ragazze e ragazzi dai 5 ai 7 anni.

Avvisiamo i giovani studiosi di dire ai genitori che alcune cose esposte nella fiaba sono inventate, come è stato fatto altrove per il lupo che ha mangiato la nonna di Cappuccetta Rossa, mentre altre non lo sono e corrispondono alla realtà, come ad esempio la democrazia dittatoriale. Ai ragazzi l’onere e l’onore di stabilire quali cose siano state inventate e alle ragazze l’onere e l’onore di stabilire quali cose non siano state inventate.

I merli (turdus merula) erano sempre stati gialli, come si vede nella foto, dove abbiamo avuto la fortuna di riprendere un merlo in giallo e un merlo in nero. Il giallo tuttavia non era un colore intelligente perché di notte il merlo era visibilissimo e i principali strigiformi (rapaci notturni dagli occhi enormi e faccia piatta: gufo, grande e marrone, civetta, piccola e marrone, allocco, piccolo e bianco e barbagianni, grande e bianco) se ne facevano delle scorpacciate, per cui quando uno si fa prendere in castagna come un merlotto si dice appunto ‘guarda che merlo…’. I merli avevano sempre invidiato le cornacchie: abbastanza più grandi di loro, col becco e zampe gialle come loro ma con piumaggio nero, che sembrava un vestito da sera. Il merlo è festaiolo, si intuisce dalla spensieratezza del suo canto: tuttavia, presentarsi a una festa da ballo vestiti di giallo… voi capite che non era il massimo.

Non c’erano molte possibilità di dipingersi di nero, finché un bel giorno la stupidità umana venne in aiuto dei nostri piccoli amici. Era da tempo che a Venezia il Doge sosteneva che i nobili e i ricchi spendevano troppo solo per fare a gara per vedere chi poteva esibirsi di più, per darla sul naso agli altri benestanti ma un po’ meno benestanti. Per queste cose (per la sola apparenza) sin dai tempi di Roma ci furono delle leggi tanto severe quanto inutili.

Tesi del Doge o dell’Imperatore o di chi comanda: vergognatevi, con la gente che patisce la fame, tutto questo sfarzo… farò una legge suntuaria (= che concerne le spese, da sumptus = spesa) per impedire di far imbestialire i poveri… non più di tot persone a tavola… non potete offrire banchetti a cento persone gratis… con 50 portate o anche più… con vini preziosi o anche più…

Antitesi del neoricco: E allora, se non posso mostrare che sono ricco, ho faticato per niente? Mia moglie deve essere carica di gioielli! (le mogli erano mooolto d’accordo…) Vogliamo esibire! Esibire! Dato che sputi sentenze, perché non cominci tu a dare l’esempio?

E via di questo passo. A Venezia, le prime leggi suntuarie furono promulgate attorno all’anno 1000: ma come a Roma, tutto sembrava inutile… sinché nel XVI° secolo, dopo cinquecentocinquanta anni, se ne venne a capo. Gondole tutte nere come il calafataggio (o anche calafatura, poi vedremo), nessun ornamento, panno nero per evitare verniciature preziose, gondolieri senza divise appariscenti. Per la calafatura si usava pece mescolata all’essenza di trementina veneziana, un mordente per far sì che la pece si attaccasse alla gondola, impermeabilizzandola, come si doveva per forza fare per la parte immersa nell’acqua che altrimenti sarebbe marcita. Mentre la trementina vera si ricava da un albero esotico (terebinthos) che viene dal Mar di Marmara, quella veneziana si ottiene distillando la corteccia dei larici del Cansiglio. Ci sono dei luoghi appositi in riva all’acqua della laguna (squeri) fatti per la manutenzione e il calafataggio delle imbarcazioni. Voi direte: cosa c’entra coi merli? C’entra, perché per un merlo giallo bastava immergersi in un secchio pronto per il calafataggio e… ciak! (da cui l’attributo del merlo, che viene chiamato anche ‘merlo ciak’ e lui, dalla prima immersione, continua a fare: ciak…ciak…) il merlo era tutto bello nero, poteva andare ai parties come se fosse in smoking e ai matrimoni serotini come se fosse in tight.

S’iniziò un periodo bellissimo per i merli, che riuscivano anche a nascondersi nottetempo dai loro predatori. Il gatto nero tuttavia non si faceva imbrogliare: nero anche lui, ci vedeva meglio di loro e li vedeva nella notte senza essere visto. Doveva portare però un paio di occhiali scurissimi, altrimenti i merli avrebbero visto i suoi occhi gialli (per restare in tinta).

Il Borussia Dortmund di Germania ha la maglia gialla e nera perché Dortmund è uno dei pochi posti dove si conosca questa storia.

Il merlo divenne proverbialmente anche ragione ornamentale con la sua nuova livrea, tant’è vero che nei castelli, per far vedere che non si temono i nemici, vengono posti degli ornamenti sulle mura che vengono per l’appunto chiamati merli. Non sono neri, ma quanto si butta la pece bollente in testa agli assalitori, i merli (di pietra) diventano neri eccome. Nel periodo bellissimo, scelsero per alimentarsi un tipo di uva rossa che prese appunto il nome di merlotto o merlot che dir si voglia.

Un merlo famoso faceva il mago. Si chiamava Merlino e nell’isola di Burano insegnò alle signore a fare dei ricami meravigliosi, che in suo onore vennero chiamati merletti.

C’era (e c’è) un problema: la calafatura non si impregna nelle penne ed al primo acquazzone il merlo ritorna giallo. Questo nei tempi in cui non c’erano le tinture, come vedremo poi.

Per evitare di ridiventare gialli, i merli, per paura della pioggia, si nascondono tuttora nelle siepi, o di bosso o di lauro (alloro): questa è una distinzione importante e vediamo il perché. Siccome col bosso (legno durissimo) Dal Negro di Treviso fa gli scacchi, quasi tutti i merli da bosso sanno praticare tale gioco molto bene. Tuttavia, siccome per una specie di atteggiamento snob giocano solo con gli scacchi neri (ovviamente per essere in tinta), sono svantaggiati perché il nero muove sempre per secondo e quindi perdono abbastanza spesso. Per evitare questo, Ivone Dal Negro li ha accontentati ed ha fatto i mazzi di carte trevigiane, dove i merli non partono svantaggiati, anzi: giocano benissimo e si rifanno delle perdite degli scacchi.

 I merli da lauro sono invece dei letterati che ambiscono ad avere sulla testa la corona d’alloro (= lauro). Non che scrivano dei capolavori ma è diventata un’abitudine esibizionistica, come dire: ‘ho fatto un’opera’. Le opere sono in genere dei romanzi gialli (il colore è in tinta). Sono, bisogna precisarlo, dei romanzi gialli del genere ‘noir’ (francese = nero, sempre in tinta). Scrivono usando canotti gialli con pennino nero ed inchiostro di bacche del vecchio tipo, sempre rigorosamente nero.

Quando succedono fatti rilevanti o disgrazie, sono i merli che scrivono la cronaca per i quotidiani, ovvero ‘una pagina nera della storia’. Questo è l’unico caso in cui si scrive con inchiostro giallo (sulla pagina nera della storia).

Il merlo ha un cervello speciale e sarebbe in grado di scrivere contemporaneamente due argomenti diversi su due fogli di carta diversi. Non avendo tuttavia una sedia, deve stare in piedi almeno su di una zampa e quindi questa sua caratteristica positiva non può essere apprezzata perché in realtà anche lui scrive con una zampa sola.

Ne discende che dipende dai merli l’usanza di enunciare: “Non sappia la zampa destra quello che scrive la sinistra.”

E veniamo alle nuances (= francese, sfumature).

Il merlo maschio e la femmina che si immergevano nel secchio di calafatura erano praticamente indistinguibili, per lo meno all’occhio umano. Tuttavia le irritazioni della pelle dei merli era all’ordine del giorno. Questo sino a quando la famosa ditta W produsse, in tempi recentissimi, due tipi di Tintura Madre per Merlo, una che costava meno, assolutamente nera e una che costava otto volte di più ma che aveva delle meravigliose nuances marroni.

Indovinate chi optò per la Tintura Nera e chi optò per la Tintura Marrone?

Non indovinereste mai e quindi ve lo dico io: i maschi scelsero la nera e le femmine la marrone. E così fu.

Nota bene: i merli, per offendersi l’un l’altro e citare la loro sciocchezza, non dicono “Guarda che merlo!”: non farebbe ridere nessuno.

Dicono piuttosto: “Guarda che tordo!”: e tutti ridono, tranne l’interessato.

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