Personaggi 1 [367]

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Foto del 1961 di Ernesto Giorgi ©

Quante persone abbiamo conosciuto nella nostra vita? Tante… e molte volte ce ne siamo completamente dimenticati. Questa fotografia del 1961 l’ho fatta io, eppure, a parte qualche cognome, delle persone fotografate non ricordo quasi niente.

Abbiamo la tendenza a catalogare mentalmente le persone conosciute per gruppi che si assomigliano per certe caratteristiche più pronunciate, più evidenti.

Come dire che tendiamo a dimenticare i bravi ragazzi che non abbiano doti eccessive o difetti eccessivi: ricordiamo piuttosto coloro che si caratterizzano per un certo pregio evidente o per un certo difetto evidente.

Un’altra cosa da notare sono le coppie complementari, che si trovano e si cercano per effettuare Giochi psicologici di cui abbiamo già parlato.

Una coppia di cui probabilmente posso aver parlato erano (o sono…) M e T: M svolgeva il ruolo di Persecutore e T svolgeva il ruolo di Vittima. Solo che, ogni tanto, quando la Vittima ha collezionato un album di figurine nere, si sente autorizzato alla ribellione e scambia i ruoli. Ed ecco i fatti.

La Vittima, T, parlava solo italiano, mai in dialetto assolutamente: a chi gli chiedeva spiegazioni, rispondeva che non era colpa sua, di essere stato educato a non dire brutte parole e questo faceva inferocire tutti gli altri. Era di ottima e danarosissima famiglia (veniva portato a scuola col motoscafo, guidato dall’autista privato) ed abitava nel quartiere più prestigioso del Lido di Venezia, in una casa in riva alla laguna. Obeso, flaccido, esentato da Educazione Fisica per problemi vari, con uno strabismo pronunciatissimo, era in realtà uno snob (sine nobilitatis simulatio, affettazione di mancanza di nobiltà) e aveva sempre un sorrisino dimesso e sottomesso. Balbuziente al massimo, non legava con nessuno e, a causa della balbuzie e di tutto il resto, durante le interrogazioni era spietatamente preso in giro da tutta la classe, che non gli perdonava né il motoscafo né tutto il resto. Era un appassionato di battaglie navali.

Una nostra compagna di scuola, molto avvenente e pratica, soleva dire: “El xe pién de schèi, el gavarà, Dìo no vògia, ànca mal de cuòr, el xe brùto come un ròspo, gràsso cóme un bałón, el xe bàlbo, el xe straòcio, el ga ła mèdia del sìnque: ma co tùti i schèi che’l ga, se podarìa saràr un òcio o ànca tùti do… ma el te fa cascàr i bràssi d’ògni moménto, parché el xe móna che mèzo bastarìa… e po’ el fa sémpre ła batùa sui giaponési, sémpre quéła, sólche quéla: ma che no’l se ricòrda mài de vérla già fàta?” [E’ pieno di soldi, avrà, Dio non voglia, anche mal di cuore, è brutto come un rospo, grasso come un pallone, è balbuziente, è strabico, ha la media del cinque: ma con tutti i soldi che ha, si potrebbe chiudere un occhio o anche tutti e due… ma ti fa cadere le braccia ogni momento, perché è sciocco che metà basterebbe… e poi fa sempre la battuta sui giapponesi, sempre quella, solo quella: ma che non si ricordi mai di averla già fatta?]

La battuta sui giapponesi di T, era la seguente:

“Come si fa perché un marito giapponese mentre fa l’amore con la moglie giapponese, si avvilisca disperatamente? Te lo dico io: gli si toglie dal comodino la macchina fotografica.”

M, il Persecutore, grande e grosso come un toro, veniva da Marghera ed era figlio di un bottegaio di prodotti alimentari. Per venire a scuola, si alzava alle cinque, prendeva il filobus a Marghera alle sei, cambiava filobus alla stazione ferroviaria di Mestre alle sei e mezza, arrivava a Piazzale Roma, prendeva la linea 1 sino a Rialto alle sette, arrivava a Rialto alle sette e venti circa e da Rialto faceva una buona mezz’ora a piedi per Santa Marina, Barbaria delle Tole e Fondamenta Santa Giustina, arrivando a scuola quando mancavano 5 minuti alle otto. Aveva cinque minuti per cambiarsi e siccome i cappotti erano in corridoio, per vendicarsi un poco del mondo infame, rubava i biscotti secchi con la marronata (marmellata di castagne) dalla tasca del cappotto di T.

Dopo molto tempo, T decide di mettere la crema da scarpe marrone al posto della marronata. La Vittima diventa Persecutore…

Ma M fa la Vittima per ben poco tempo e si riappropria del suo ruolo di Persecutore nel modo seguente. Il giorno della crema da scarpe, alle 13, alla fine delle lezioni, all’uscita da scuola, il Persecutore M rifila un sacco di botte a T.

La spiegazione data da M, dopo l’aggressione, è la seguente: “’Sto schifóso, xe do mési e pàssa che ghe ròbo i biscòti el no’l ga mài dìto gnénte, gnénte… el savéva che gèra mi, el me vedèva in clàsse che magnàva i so biscòti… el me gà mésso ła crèma da scàrpe par invełenàrme, ‘sta carògna, par fàrme morìr, ma so mi che ło fàsso morìr, a pùgni sul mùso…” [Questo schifoso, sono due mesi abbondanti che gli rubo i biscotti e non ha mai detto niente, niente… sapeva che ero io, mi vedeva in classe che mangiavo i suoi biscotti… mi ha messo la crema da scarpe per avvelenarmi, questa carogna, per farmi morire, ma sono io che lo faccio morire, a pugni sul muso…].

Ovviamente, il Persecutore, dal suo punto di vista, ha ragione. La Vittima, che poteva scambiare nuovamente i ruoli, non so però con quale esito, disse, asciugandosi il sangue dal naso:

“Sei fortunato che ho il motoscafo che mi aspetta, altrimenti…”

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