Contadini 12 [428]

benedizioneOgni anno le case dei contadini e il fuoco di casa andavano benedetti o dal parroco o dal cappellano. Questo si faceva in primavera.   

Il sacerdote aveva con sé un breviario (per cerimonia, in quanto sapeva a memoria cosa doveva dire), la stola col colore adatto, a seconda che fosse ancora quaresima o fosse già passata la Pasqua e, naturalmente il cappello nero, diverso a seconda che fosse il parroco o il cappellano.

L’attrezzatura del sacrestano (nónsolo) consisteva nel secchiello con l’acqua santa, un aspersorio, una specie di lanterna anti vento con un focherello acceso. Inoltre un quaderno dove erano annotate le case benedette da una parte e quelle da benedire dall’altra.

Il sacerdote e il sacrestano arrivavano con il sole alto e in bicicletta.

Dopo i convenevoli, il sacerdote diceva: “No podén stàr qua a ciacołàr parchè le case da benedìr le è tante, ormai l’è dó di che fén beneditión e gh’in vorà n’àntri dó. Hic sumus ad benedicendam domum…” [Non possiamo star qua a chicchierare, perché le case da benedire sono tante, ormai sono due giorni che facciamo benedizioni e ce ne vorranno altri due. Qui siamo nella casa da benedire…] e s’iniziava il cerimoniale.

Dopo aver recitato un formulario, il sacerdote si faceva passare dal sacrestano il secchiello con l’acqua benedetta e l’aspersorio e, a segno di croce, benediceva la stanza d’ingresso, solitamente la cucina. Poi, sul camino con della legna e cartocci di mais già pronti, accendeva il fuoco, o meglio faceva il gesto e lasciava l’incombenza al sacrestano, il quale si faceva dare un rametto secco dai padroni di casa, rametto che veniva incendiato al fuoco pre-benedetto della lanterna antivento: col rametto acceso si propagava il fuoco benedetto sul camino.

Il sacerdote non voleva che si dicesse larìn, parola blasfema e pagana che ricordava i làri degli antichi romani, i quali erano delle divinità minori che proteggevano la casa: diceva ‘il fuoco di casa beneaugurante e a maggior ragione dopo la benedizione’.

I contadini ci tenevano tantissimo perché la superstizione era tanta e le cattiverie del tempo atmosferico potevano essere altrettante.

Don Gino, éo calcòssa pal so distùrbo?” [Don Gino, le dobbiamo qualcosa per il suo disturbo?]

Gnènt, gnènt, no ocóre…  magàri se vé ocasión de passàr pàr la canònica, porté quàlche vòvo a ła perpètua: el véscovo el ne tièn un fià cùrti e vén tànte spése…” [Niente, niente, non occorre… magari se avete occasione di passare per la canonica, portate qualche uovo alla perpetua: il vescovo ci tiene senza troppo denaro e abbiamo tante spese…]

Non occorreva ma se c’era qualche uovo…

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